Dal celebre Manuale di conversazione della metropoli periferica romana del 1993... ad OGGI!  
 
 
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TURBOZAURA FIELDS OF GOLD (pag. 2)

 
 
 
 



La saga continua...

21 MAGGIO 1999 (su Il Messaggero)

Esce oggi un libro-manuale che raccoglie parole ed espressioni dei giovani romani. Lo hanno scritto tre ragazzi: Er Principe, Er Pomata e Er Murena

E l’Homo Errore disse:
«Come t’antitoli?»


di FERRUCCIO SANSA
Parole contagiose. Come un virus. C’è da scommetterlo, quelle espressioni dalle pagine del libro passeranno di bocca in bocca, entreranno nelle case.
Oggi nelle librerie arriva ”Come t’antitoli? Storie di coatti, zori e zauri”. È una grande guida alla Roma di oggi, anche se dentro non ci sono fotografie di monumenti, affreschi, quadri. Ci sono quelle parole nate sui muretti della città, magari per caso, poi ripetute in una specie di tam tam, fino a diventare un gergo, quasi una lingua.
A raccoglierle sono stati tre ragazzi di 24 anni, Michele Abatantuono, Marco Navigli e Fabrizio Rocca, ma forse sarebbe meglio chiamarli Er Principe, Er Pomata, Er Murena, i loro nomi di battaglia. «In un’afosa e apatica fine estate romana del 1993», come raccontano, hanno cominciato ad annotare frasi e parole lasciate cadere così dagli amici. Sembrava un gioco, ma il materiale raccolto era sempre di più.
Allora hanno aperto un sito Internet (http://users.iol.it/navigli/index.html) e subito i ragazzi romani hanno preso a darsi appuntamento su quella piazza virtuale che è la rete. Sono arrivati in 58.000, in pochi mesi. Ognuno portava le sue parole per essere sicuro, forse, che non andassero perse, e prendeva quelle degli altri. Uno scambio.
Presto, però, gli stessi autori si sono resi conto che il loro non era più soltanto un divertimento. Tutte quelle parole erano «il linguaggio della Roma di oggi che possiamo confrontare con quello di ieri (e pure di domani se volete), per notare le differenze ed osservarne i cambiamenti», come dice Enrico Montesano nella prefazione del libro pubblicato dall’Editrice Gremese.
Il volume è diviso in due parti. L’inizio è un vero e proprio racconto, dieci capitoli per parlare di motorini, feste, Roma, amori e amicizie. Insomma, gli impicciment della vita dei ragazzi. La seconda metà è dedicata al ”Manuale di conversazione della metropoli periferica romana”.
Accanto alle espressioni del romanesco classico si ritrovano nuovi vocaboli, a dimostrazione, citando ancora Montesano, che «la fantasia romana non è morta». Tra qualche anno forse anche gli adulti (i ragazzi di oggi) diranno frolloccone (cioè fregnone), oppure Homo Errore per indicare una persona senza qualità o Homo ticchio riferendosi a un avaro. Magari ci si saluterà per strada scambiandosi Bambulesh e Ciarda. Abbordando le ragazze si dirà: «A bella, come t’antitoli?». Dopo aver dato l’addio alla lira, abbandoneremo anche l’Euro e adotteremo tutti la piotta (100 o 100.000 lire), il millante (1.000), lo scudo (5.000), la fella (100.000) e il boccolone (un milione).
Insomma, il dialetto romano è vivo e si aggiorna, magari anche accettando parole di origine straniera (Gheims, per esempio, cioè ”games”, che in inglese vuol dire giochi), ma piegandole al dialetto, senza alcun timore reverenziale. Perché in fondo i romani sono così, e le lingue assomigliano alla gente che le parla.
”Come t’antitoli?” è un ritratto corale della Roma del 1999 tracciato da migliaia di ragazzi, con la loro leggerezza, la fantasia e il gusto del paradosso dei vent’anni.






«I coatti? Sono contenti e orgogliosi
se diffondiamo il loro linguaggio»


di MARIA LOMBARDI
Hanno cominciato per gioco, sei anni fa. Tre amici d’infanzia del Nuovo Salario, Marco Er Pomata Navigli, Fabrizio Er Murena Rocca, Michele Er Principe Abatantuono, hanno appuntato su un foglio tutte le espressioni più buffe che avevano sentito in giro. Era il 1993, nasceva così il primo ”Manuale di conversazione della metropoli periferica romana”. «Erano quattro facciate in cui avevamo raccolto un centinaio di frasi», racconta Marco Navigli, che ha 24 anni come gli altri due, e studia Ingegneria. «Lo abbiamo fatto leggere alle persone che frequentavamo, è stato un successo. Tutti ci chiedevano fotocopie, ci davano suggerimenti, arricchivano con nuove espressioni il nostro manuale. Il foglietto ha cominciato a circolare: ne sono state distribuite duemila copie all’università, altre davanti alle discoteche. In pochi mesi abbiamo pubblicato la seconda edizione, poi la terza e dopo un po’ di anni anche la quarta».
Intanto, i tre amici continuavano i loro studi: Michele si è laureato in Lettere, Marco e Fabrizio (compagni di scuola alle elementari) stanno per terminare Ingegneria. «Poco più di un anno fa, ci è venuta l’idea di aprire un nostro sito Internet - continua Marco - per i miei studi avrei dovuto imparare il linguaggio del computer e ne ho approfittato per coltivare il mio hobby. Ci sono arrivate centinaia e centinaia di messaggi: attraverso la rete abbiamo raccolto circa mille e cinquecento espressioni. Duemila persone si sono iscritte al nostro fans club, non solo in Italia, ma anche da New York, da Amburgo e dall’Irlanda».
Da Internet in libreria. «Abbiamo pensato di inserire le frasi del manuale in una serie di piccoli racconti, per far vedere come queste espressioni vengono usate nelle situazioni di tutti i giorni - spiega Marco - E così è nato il libro che racconta le avventure di Topo, Paoletto e Maranga». Come reagiscono i "coatti" leggendo le frasi del Manuale? «Sono contenti, per loro è un onore che vengano diffuse le espressioni da loro stessi creati con straordinaria fantasia. Si sentono gli artefici di questo linguaggio e ne vanno orgogliosi. Alcune espressioni sono un po’ pesanti, ma abbiamo voluto riportarle ugualmente sul libro per dare un’idea più vicina possibile al vero di come si parla nella periferia romana».




28 MAGGIO '99 (su IL CORRIERE LAZIALE)

"COME T'ANTITOLI?"
Il primo manuale di conversazione periferica

Presentato nel salotto romano di "Tappeto volante" il libro della TurboZaura

"Si le cose nun le sai… SALLE!" e per saperle, basta leggere un simpatico e originale libro, pubblicato in questi giorni da Gremese editore, suggestivamente chiamato "Come t’antitoli?". Di cosa si tratta? Lo abbiamo chiesto direttamente ai tre giovani ragazzi di Montesacro: Fabrizio Rocca, alias "Er Murena", Marco Navigli anche detto "Er Pomata" e Michele Abatantuono, "Er Principe" - ovvero la TurboZaura. "Abbiamo iniziato anni fa per gioco - ci dice Er Pomata - collezionando le espressioni romane che ci sembravano più divertenti e curiose, cercando di tradurle in italiano. È nato così il nostro manuale di conversazione della metropoli periferica, arricchito continuamente da nuove frasi fino alla consacrazione con l’apertura del sito internet con oltre 62.000 visitatori". Dal sito al libro. "Sì - spiega Er Murena - il libro contiene il manuale di conversazione riveduto e corretto; oltre 1500 frasi, più 10 racconti esemplificativi della vita di zori, coatti e affini. Credo che mostri in maniera lampante la genialità e l’inventiva linguistica della periferia romana". Qualche esempio? A proposito della fantasia nella categoria FORME DI SALUTO troviamo: "s’aribbeccamo" o "se mantufamo" per dire "ci vediamo presto"; nel settore giudizi negativi ci sono "c’ha ‘na testa così grossa che si te vede Mazzinga ce ‘nfila dentro l’astronave". Tra le minacce: "te smonto come ‘na radiolina" e tante altre simpatiche espressioni colorite. Un libro per ridere allora? "Sicuramente, ma anche - risponde Er Principe - un tributo ad un universo, quello dei coatti, dall’irresistibile, irriverente e spontanea comicità. Abbiamo cercato di racchiuderlo nelle avventure de Er Maranga, Paoletto e Er Viscido, alcuni dei protagonisti delle nostre storie. Insomma, leggete il libro e liberate lo zauro che è in voi!".




27 GIUGNO '99 (su IL MESSAGGERO)

COATTI, dalla periferia al centro del mondo

di ROBERTO D'AGOSTINO
Piero Chiambretti e Carlo Verdone, in coattante compagnia di Sabrina Ferilli, Ninetto Davoli, Valerio Mastandrea, Ricky Memphis, Manuela Arcuri. Non poteva mancare Claudia Gerini, la Jessica di “Viaggi di nozze”, la pischella coattella che quando si attacca al cellulare, è tutta una discarica di «’A stronzi, do’ state? Che fate? Do’ annate?». Necessariamente le luci della ribalta brilleranno su Er Piotta e Er Cipolla. E tutto va in onda in prima serata, in pompa magna, esaltato da “Sorrisi e Canzoni”.
La Nefertari Carrà trillerebbe: Coattomba, che sorpresa! Ma come è nata questa infatuazione collettiva per il pitbullismo romanesco? Che la salvezza mentale e nazionale dipenda paradossalmente da chi ha coniato lo slogan della Repubblica di Coattonia: «Nun me ne potrebbe fregà de meno»? Perché, in un Paese eurobuonista e voglioso di tonta normalità e di buone maniere politicamente corrette, si è innescata la bomba di una coattitudine di prima classe borgatara, fondata sul sarcasmo feroce e lo sberleffo atroce, sul duello verbale e lo stornello sessuale? Cosa che una buona parte della popolazione italiana ha praticamente dovuto accettare, nel corso del primo e secondo tempo (Sordi, Alvaro Vitali, Verdone, Montesano, Er Monnezza di Milian, Claudio Amendola), ottenendo in cambio la visione di uno stile di vita rovente, quindi una lingua ricca di fermenti sadici, dunque un fenomeno di irriducibilità psicologica e di incurabilità sociale, definitiva giustificazione in carne e ossa del primo comandamento coatto della città di Roma: «Fatte li c... tua». Il secondo recita così: «Che c... ciai da guardà?». Il terzo è definitivo: «Me rimbarza». Gli altri sette? Non contano. Tutto molto basico, ipertrofico nel gergo e trucido nel lessico.
Ecco: l’immensamente trucido. Lo ricorda così Alberto Castelvecchi, nativo di Ostia, già linguista (il suo “Osservazioni sul romanesco dei coatti” è del 1986), oggi editore di tendenza: «Avevo la cabina al Marechiaro di Ostia. Un giorno, mentre stavo a prendere “er caffio” (il caffè), entra l’infermiera del pronto soccorso del Marechiaro e fa al barista: ”Ahò, me la fai una spremuta fresca”. E quello ribatte: ”Nun ce l’ho le spremute fresche, ciò i succhi de frutta; tuttalpiù te posso fa ’na premuta de banana”. E la signorina: ”Allora me sa che ce bevo poco”. Interviene l’altro barista: ”Se nun te ne basta una ce ne stanno due”». Ancora Castelvecchi, ancora estasi del coattume: «Entra la professoressa in classe. ”Oggi è il primo aprile: mi aspettavo qualche scherzetto”. E lo studente: ”Ahò, dello scherzetto che te faccio io te ne accorgi fra nove mesi”. E lei: ”Ma come ti permetti? Sono mesi che mi insulti, voglio parlare con i tuoi genitori”. Lo studente: ”Ahò: non ce parlo io, ce voi parlà te”».
Per farla breve, il coatto antico era per l’estetica italiana quello che il Vietnam fu per la politica americana. Una catastrofe civile. Destinato ad essere uno scimmione televisivamente “impresentabile”, un supercafone reietto dal circuito nazionale, un paria senza pari, adesso il coatto si prende la rivincita. A dispetto di qualsiasi globalismo virtuale, alla faccia dell’omologazione internazionale, che scodella un finto giovane tutto McDonald-Internet-Playstation, il ’99 italiano sta vivendo l’irresistibile rimonta del localismo reale, del milite ignoto delle periferie, il tamarro delle borgate. Il meccanismo ha del curioso, con una sfumatura di follia tipicamente italiana. La ricetta è questa: Pensa locale, agisci globale. E’ lo slogan del mutamento, il “glocalismo”. In breve: meglio il melodramma-“local” di Er Piotta che il pop-“global” di Zucchero. Adesso, sulle ali del bruciante successo di Er Piotta e di Er Cipolla, coatto non è solo un insulto diventato simbolo, ma una denominazione naturale, oggettiva. La forza dell’intestino capitolino può essere un prodotto crudele della Natura post-proletaria, una esorbitante creazione dello spirito del tempo, un barbaro reperto delle tradizioni popolari, specchio deformato della Roma plebea che ci circonda; di sicuro, al di là delle chiacchiere, è un modello di vita ammirevole, un pensiero di narcisismo accattivante, uno stile di sguaiataggine sublime. Ecco avanzare un “supercafone” che da Ostia ha contaminato Cattolica, da Montesacro ha raggiunto Montepulciano, isole comprese. Nel bene e nel male. Se da una parte, dovunque ci si volti, conformismo si trova; dall’altra, è grazie a lui, al neo-coatto, se un mondo giovanile vagamente catatonico, politicamente prostatico, culturalmente reumatoide possiede ancora un’identità elettrica a misura d’uomo, anziché un’alienazione elettronica diffusa. Tommaso Zanello, alias Er Piotta, 26 anni, nato e ingrassato a Montesacro, ha sbriciolato gli argini mediatici, grattugiato i tabù socio-linguistici, facendo impazzire d’inchiostro i titoli dei giornali con un disco intitolato «Comunque vada sarà un successo (so’ coatto fino all’eccesso)» stampato non da una multinazionale discografica bensì dal “multi-locale” Claudio Donato, proprietario di un negozio di dischi in via Cesare Beccaria, alle spalle di piazzale Flaminio. Da notare che Donato è lo stesso che produsse il primo vagito rap di un disc-jockey chiamato Jovanotti.
Comunque l’affermazione nazionale di “Supercafone” è tale che trasforma il buonismo di Jovanotti in rincoglionimento da Vecchioni. In un mondo di pecoroni rasati e tatuati, il coatto se ne strafotte, se ne sbatte di sembrare ridicolo, possedendo un’overdose di anticorpi per chi se la tira. A un certo punto del fantastico video-clip dei fratelli Manetti che racconta per immagini “Supercafone” appare Valerio Mastandrea che definisce così le sue priorità di vita: «’A femmina, li sordi e la mortazza». Nel disco, poi, esplode come un rutto a tavola un monologo di Rocco Siffredi, porno-idolo. Nel pezzo “Regolare” Er Piotta pianta i paletti intorno al suo gruppo, Robba Coatta, e sproloquia così: «Nato e cresciuto nella capitale, incompatibile colla robba commerciale. Vivo, so’ esplosivo pe’ ’sta gente. Robba Coatta il resto num me frega gniente, autoproducente altro che perdente...».
Con quell’espressione un po’ “fracica”, di chi non ha un presente, né un passato e nemmeno un futuro (ma possiede solo l’imperfetto), Er Cipolla, alias Enzo Salvi, sta diventando il caso comico dell’anno. Non più giovanissimo, sembrava destinato a rimanere un passaparola dell’Urbe capitolina, da ingabbiare all’interno del Raccordo Anulare nelle consuetudini del folklore, come la pajata e la coda alla vaccinara.
Finalmente, a trentacinque anni suonati, Enzo Salvi è un comico d’eruzione che si produce in un umorismo fisico davvero senza precedenti in casa nostra, violento e infernale, buffonesco e iperbolico, tutto un muoversi da Gallo Cedrone amfetaminico, con i pesci piranha nella flebo.
Ciò detto, il coatto contemporaneo non è più un modello subalterno: è un protagonista della scena sociale, un personaggio da imitare, un esempio di successo. Addirittura uno stimolatore di tosta virilità in un’epoca che ha rimosso la fisicità maschile. E Roma con questi neo-coatti spurga i magnetismi di quel che ha nel ventre, Gioacchino Belli e Trilussa, catacombe e studi di Cinecittà, “Un americano a Roma” di Alberto Sordi e “Accattone” di Pasolini, Bombolo e Jimmy il Fenomeno, Califano e Thomas “Monnezza” Milian, Mario Brega e Lando Buzzanca, Er Patata e Rodolfo Laganà.
Un libro uscito in questi giorni da Mondadori, “Fatti coatti” di Carlo Verdone (scritto con Marco Giusti), è l’ultimo tentativo di capire cosa sia la coattitudine, questa dote specifica che il romano porta con sé: un complesso di inclinazioni storiche, abitudini mentali, dati di gusto difficili da definire, ma capaci, spesso, di colpire a prima vista. Nel suo libro autobiografico, confessa Verdone: «Credo, senza presunzione, di essere il massimo esperto di quello che ormai si può definire l’“orgoglio coatto”. Il coatto ha una funzione determinante nella nostra epoca perché, al contrario della borghesia perennemente ferma, abitudinaria, stanca e spesso classista, è sorgente di vita, di ispirazione continua». Aggiunge Verdone: «Il coatto è energia. In questo mondo statico, ipocrita e banale, questa categoria sociale rappresenta la vera grande avanguardia». Concludendo: «Dobbiamo rendere grazie ai coatti per l’evoluzione del linguaggio, di un gergo sempre più dinamico e sintetico».
Eccovi, allora, alcune rime sparse tratte da “Come t’antitoli?”, manuale di conversazione coatta scritto da Abatantuono-Navigli-Rocca e pubblicato in questi giorni da Gremese Editore: “A fata, facce ’na magia: sparisci!”; “Sei brutto de natura o usi ’na crema?”; “Sei così magra che si te metti vicino a ’n’auto te scambiano pe’ l’antenna della radio”.
Sarebbe stato forse contento Pasolini a ritrovarsi una coatteria modernizzata e nazionalizzata che ha capito a fiuto che gli uccelli, i fiori, la poesia, i comici con il buonismo incontrollabile, gli intellettuali con l’ingegno lavabile, non migliorano la qualità della vita quanto un bel “Se non la finisci te do uno schiaffo che quanno te risvegli, quello che ciai addosso, è passato de moda!”.





1 LUGLIO '99 (su MUSICA di Repubblica)


COME T'ANTITOLI?
Idiomi di periferia per un manuale

UN LIBRO VIRTUALE A CURA DELLA "TURBOZAURA"

"C’hai più complessi der concerto der primo maggio" direbbe uno "zoro" che si rispetti per parlare di un amico con qualche problema. E se la conversazione dovesse trascendere, la battuta pronta reciterebbe più o meno: "Te ‘nfilo du’ dita ner naso e te porto ‘n giro come ‘na giacchetta a primavera", o anche "Te do ‘na pizza che ‘r telefonino tuo da family diventa orfany". E via dicendo. Così si esprime lo zoro, il "coatto" di periferia, il boro, colui che sbarca il lunario del centro il sabato pomeriggio armato di un linguaggio che lo rende invincibile nel gruppo, che lo identifica e lo sostiene. Un linguaggio che ha la sua forza nella fantasia, che si appropria delle similitudini aggredendo la parola con la sfrontatezza della libertà. La romanità dello zoro, come tutte le lingue che si rispettino, ha un suo vocabolario in senso stretto, una raccolta di frasi e sostantivi, espressioni idiomatiche (soprattutto idiomatiche) con tanto di traduzione a fronte, che un gruppo di sconnessi giovani della Capitale ha messo insieme in una sorta di manuale in divenire. La "TurboZaura Prodaccion", nata in un afoso pomeriggio di agosto ha costruito un bel sito Internet in cui si trova il meglio della conversazione metropolitana, con tanto di classifica delle espressioni più gettonate e la possibilità di aggiornare il dizionario dicendo la propria. Nel manuale virtuale, "Come t’antitoli?" (che ora è diventato anche libro, edito da Gremese, duecento pagine di surreale comunicazione) ampio spazio è dato agli apprezzamenti nei confronti del gentil sesso e alle definizioni delle più comuni attività sessuali che per (ovvie) ragioni di decenza diventa difficile pubblicare.

Vanno poi fortissimo gli insulti ("Sei così magro che er pigiama tuo c’ha ‘na striscia sola", "Quella è la tu rigazza o te c’hanno vommitato accanto?", "fai tarmente schifo che quanno te fai a’ doccia ‘e verruche se mettono ‘e ciavatte", "c’hai ‘n idea de cellulite o te sei fatta li carzoni de coccodrillo?"); ma anche le minacce guadagnano punti ai vertici della classifica: "me te metto ‘n tasca e te meno quanno c’ho tempo", "te faccio du’ occhi neri che si te metti a mastica’ er bambù er WWF te protegge" e per finire in bellezza (si fa per dire) una parola che da sola rappresenta l’intero mondo della romanità: "lazziale!", insulto principe, minaccia ancestrale e definizione ultima che non lascia spazio a nessuna replica.




8 LUGLIO '99 (su TIME OUT)

LO ZORO

di DANIELA GAMBINO
Se ancora siete all’oscuro della radice linguistica degli aggettivi Zoro e Zauri è venuto il momento di aggiornarvi. Zoro è il coatto degli sgoccioli degli anni ’90. Lo Zauro è uno Zoro rovinato. Tutto questo sapere sommerso è contenuto nel volume COME T’ANTITOLI? ovvero SI LE COSE NUN LE SAI… SALLE! Edito da Gremese, una raccolta di detti, ridetti e modi di dire del romanesco moderno illustrate anche attraverso microstorie ambientate nel quotidiano. Il collettivo ipercoatto che si firma TurboZaura ha cominciato a mettere insieme il Bignami del romanesco nel lontano ’93, quando la coattanza era ancora un universo imperscrutabile e affascinante che poggiava le sue basi su frasi storiche, pubblicando un flyerino fotocopiabile che veniva distribuito brevi manu con traduzione a fronte e chiari intenti di indottrinamento. Visto che un turbozauro, Marco, detto Er Pomata, è anche un laureando in ingegneria informatica, l’approdo nella rete telematica, con l’omonimo sito "TurboZaura" è inevitabile. Nel giro di pochi anni hanno raggiunto i 66.000 visitatori e hanno stilato una classifica delle frasi più gettonate. Al primo posto, incontrastata da anni, troneggia la minaccia: "te faccio du’ occhi neri che si te metti a masticà er bambù er WWF te protegge"… Secondo seri studi di linguistica, con qualche rimando all’antropologia culturale, l’altro turbozauro, Michele, Er Principe, laureato in lettere, spiega così la necessità di una guida-glossario della terminologia coatta: si tratta di frasi che hanno matrici modernissime (come non ricordare il verdoniano "c’hai ‘n sito da pajura, te c’hanno mai cliccato sopra?"), sono lungi dal romanesco trasteverino del Belli, è una lingua che s’impara e si sviluppa nelle piazzette, in palestra, in discoteca, ner palazzo mio, e che accomuna le nuove generazioni: com’è successo a questi tre ventiquattrenni, Er Pomata, Er Principe e per finire Fabrizio, Er Murena, anche lui laureando in ingegneria, zauri assolutamente insospettabili.




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